Quel famoso

Quel famoso “mal d’Africa”

Ricordo quando mi parlarono per la prima del famoso “mal d’Africa”, era una sera di fine agosto, ancora con la testa in vacanza, e un amico mi raccontava con entusiasmo la sua esperienza di missione a Nanyuki in Kenya. “chissà!” pensai tra me e me, “chissà se capiterà anche a me un giorno”. Ma il pensiero si fermò a quel punto per molti anni, senza mai dargli spazio. Pensando che fosse una cosa molto lontana da me.
Dopo vari anni improvvisamente, come un fuori programma, si concretizzò la possibilità di vivere una esperienza di missione. Mi bastò un semplice invito, forse detto per scherzo, e senza pensarci dissi di sì, buttandomi senza aspettarmi nulla, ma con la consapevolezza che sarebbe stata un’esperienza sicuramente bellissima.
Lavorammo un anno intero per autofinanziarci, per poi dedicare le nostre vacanze estive alla missione.
La prima esperienza di missione fu in Brasile, ma voglio soffermarmi su un pomeriggio vissuto in Kenya.

Un’attività delle tante attività della parrocchia, è giocare con bambini dopo la scuola nei campi adiacenti alle varie comunità, che si svolge nel primo pomeriggio dagli animatori.
Un giorno decidemmo di andare in una comunità molto povera e fare un doposcuola con gli animatori. La prima impressione fu di confusione, in tutti i sensi.
La prima oggettiva, c’erano lamiere arrugginite e rifiuti sparsi per tutto il “parco” ma anche una confusione mentale, dentro di me si ripeteva “ma si può giocare in queste condizioni?”, preoccupato per l’incolumità dei bambini.
Però dovevamo giocare, il resto non contava e la risposta me la diedero proprio i bambini. Cominciammo a fare un grande cerchio e con semplicità giravamo. Mi colpì il fatto che si divertivano proprio nella semplicità. Un divertimento vero, gioioso!
Erano veramente felici che giocassi la con loro, il resto non era importante.
Quando Inizialmente vedevo solo apparenti ostacoli la prospettiva cambiò totalmente, cera solo un campo pieno di gioia e il resto non contava. Mi resi conto che non ero io a portare qualcosa a loro ma erano proprio loro a donarmi qualcosa di molto più grande di quello che potessi immaginare.

Questo momento mi fece tornare in mente il famoso “mal d’Africa” di cui avevo sentito raccontare, e con la consapevolezza di aver potuto toccare con mano questa gioia, che anche lontano da quella bellissima terra, ti aiuta ad affrontare il quotidiano, lasciando da parte il superfluo.

Daniele Cabras

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